Cara amici, nell’edizione odierna de “Il Mattino” c’è una pagina dedicata al mio “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy). L’autore del lungo articolo, Angelo Petrella, ne parla come di “un libro di cui c’era bisogno”. Nei prossimi giorni pubblicherò la recensione in pdf. Per adesso riporto qui un paragrafo del lungo capitolo dedicato a Giorgio Faletti. Buona lettura.
Legenda: IU = Io Uccido; NVTO = Niente di Vero Tranne gli Occhi; FED = Fuori da un Evidente Destino; PIN = Pochi Inutili Nascondigli; ISD = Io Sono Dio; AVD = Appunti di un Venditore di Donne; TADT = Tre Atti e Due Tempi
La spinta a scrivere questo libro nasce dalla lettura di NVTO, qualche
anno fa. Un thriller che da subito mi parve stanco, pretenzioso,
scontato e (soprattutto) scritto in modo molto discutibile. Qua e là
per le pagine erano già stati passati numerosi tratti d’evidenziatore. Più
che sufficienti a far catalogare NVTO fra i peggiori libri mai letti, ma
senza che la sua bruttezza meritasse un posto speciale. Poi, invece, ecco
lo scarto decisivo. Potete trovare quanto segue a pagina 298 di qualsiasi
edizione:
Alla luce della torcia che aveva appoggiato sul tetto della macchina per
avere le mani libere, l’uomo, con un gesto istintivo, sollevò la manica della
tuta per controllare l’importo della ferita.
Leggendolo, il lettore che dedichi una reale attenzione al testo non
può non essere spinto a chiedersi: ma da quando in qua le ferite hanno
un importo? E ne esisterà mica un prezziario? E ancora, su esse l’Iva
andrà calcolata al 10% o al 21%? È evidente che, esprimendo il concetto
con parole appropriate, ciò che della ferita andrebbe constatata
è l’entità. E allora, perché mai Faletti ha parlato di importo? Messo
così, sembrerebbe trattarsi d’un frammento tradotto male. Parecchio
male. Però nessuno potrebbe ipotizzare che quello finito a pagina 298
di NVTO non sia un frammento dell’autore. Faletti firma, Faletti l’ha
scritto nell’italiano che gli riesce, Faletti se ne assume le responsabilità.
Così come avviene per tanti altri frammenti che lasciano perplessi, e
sembrano proprio essere stati pensati in un’altra lingua.
Del resto, il tema delle americanate linguistiche di Faletti è stato
dibattuto a più riprese su giornali e siti web. Matteo Sacchi, bravo e
attento giornalista della redazione Cultura del Giornale (è colui che per
primo denunciò le strane affinità fra i testi di Umberto Galimberti e
altri che erano stati pubblicati antecedentemente), ha scritto una serie
di articoli sul tema. Il primo di questi rimarca alcuni passaggi di ISD
che al lettore italiano suonano quantomeno bizzarri:
Non giriamo attorno al cespuglio. In fondo il giornale per cui lavoriamo
ci dà dei bei grandi. E noi siamo adulti e senzienti abbastanza per
porci qualche dubbio e non limitarci a mettere in pagina diamanti a poco
prezzo o comportarci come falene davanti alla candela. E quindi parliamo
di Faletti. Non avete capito un accidente?
Può succedere. La lingua non è fatta solo di parole e di forme sintattiche.
È fatta di modi di dire, di forme idiomatiche. Quelle che avete
letto sarebbero chiarissime ad un americano, per esempio. Ad un italiano
risultano più semplici così: «Non meniamo il can per l’aia. In fondo il
giornale per cui lavoriamo ci dà dei bei bigliettoni. E noi siamo grandi
e vaccinati abbastanza per porci qualche dubbio, invece di mettere in
pagina «bigiotteria» o farci attirare da apparenze pericolose». E quindi
parliamo di Faletti. (…)Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno
un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due
dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma
attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about
the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per
l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua
diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma
mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si
renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».
E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che
i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di
grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere
degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri
d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come
mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra
le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda:
«Ma Faletti pensa in americano?».2
Roba non molto edificante, per l’incredibile più grande scrittore. Che
infatti la prende male e reagisce anche peggio. Rispondendo alle eccezioni
che gli provengono non soltanto da Sacchi, egli scrive una lettera
indirizzata al quotidiano «La Stampa»3 della quale meritano di essere
citati alcuni passi. Il primo è quello in cui viene minimizzata la portata
delle eccezioni:
Con un briciolo di orgoglio premetto che, se a un romanzo giallo con
una trama, dei personaggi, un necessario coinvolgimento del lettore, l’unico
appunto che può essere mosso è l’uso di cinque frasi, giudico il risultato
estremamente positivo.
Due osservazioni sull’autodifesa dell’Incredibile. La prima: sostenendo
che in quel mattone le magagne siano contenute in «soltanto
cinque frasi», Faletti è ottimista. Parecchio. Come vedremo, altro che
cinque! Ciascuno dei suoi libri ne contiene almeno una ventina, a essere
generosi. La seconda: affermando la propria soddisfazione per il fatto
che «soltanto cinque frasi» (mica poche, oltretutto) del suo libro risultino
discutibili, l’incredibile più grande scrittore dà quasi l’impressione di
tirare un sospiro di sollievo. Come se ben di peggio s’aspettasse. «Che
culo, soltanto cinque strafalcioni!». Non una gran linea di difesa, francamente.
Né il tenore della replica migliora, andando avanti. Prima di
fornire improbabili spiegazioni su quegli americanismi, l’Incredible si
dedica al dileggio di due esperte che hanno osato criticarlo:
Le persone che mi accusano sono due signore che hanno un blasone di
tutto rispetto. Si tratta di Franca Cavagnoli, traduttrice di ben tre premi
Nobel, laureata in Questo e Quello e insegnante di Quell’altro e Altro ancora
e Eleonora Andretta che può vantare lo stesso tipo di retroterra culturale con
il ruolo di esaminatrice per l’ammissione a Cambridge come ciliegina sulla
torta. Devo dire che ho inizialmente osservato con un certo divertimento il
nascere di questa polemica balneare e non ho ritenuto opportuno disturbare
queste due signore mentre si godevano i loro cinque minuti di popolarità.
In un passaggio successivo Faletti scade addirittura nel pessimo gusto,
sfoggiando una predisposizione per l’insulto machista certo alimentata
dal Vito Catozzo che è in lui:
Confesso di non riuscire a trattenere un sorriso e di sentirmi anche
un poco stupido nell’aver avuto la necessità di rispondere a qualcosa che,
onestamente, ha un leggero tocco di ridicolo. Quello che mi ha spinto a
farlo, come ho detto all’inizio, è che da questa risibile querelle estiva e premestruale
si sia arrivati come sempre a ipotizzare un fantomatico scrittore
fantasma che è il vero autore dei libri che pubblico a mio nome.
E dopo aver sistemato «le due signore»4 tirando in ballo le umoralità
da ciclo mestruale incombente e la brama di vivere «cinque minuti
di popolarità», l’Incredibile dedica la chiusura a Matteo Sacchi, senza
nominarlo come si fa quando si vuol mostrare il massimo disprezzo
verso qualcuno:
Il cronista del quotidiano che ha sollevato il vespaio conclude il suo pezzo
con un inquietante interrogativo, con un afflato molto più cabarettistico
che letterario. Prendendo a prestito una canzone di Carosone, dopo avermi
rivolto l’appunto «tu vuo’ fa l’americano» mi chiede «sient’a me chi t’o fa fà»?
Mi sia concesso terra terra di rispondere con un’altra domanda: 12 milioni di
copie vendute solo in Italia possono essere considerate un motivo esauriente?
E credo che questo sia in definitiva il mio vero crimine. In questo paese dove
il successo è considerato una colpa è estremamente facile trovarsi di fronte a
dei censori animati da uno spirito che gli inglesi indicano con la parola envy
che, come possono testimoniare le mie amiche traduttrici, ha un significato
inequivocabile. Si traduce in italiano con una semplice parola: invidia.
Tutto molto scontato. L’appellarsi alle copie vendute, e l’accusa
d’invidia rivolta a chi critica. Riguardo a quest’ultima, l’ho sempre trovata
molto triste e squallida, degna di commiserazione per chi la avanza.
Accusare qualcun altro d’essere invidioso di noi è il riflesso di un
superiority complex, che poi è sempre un inferiority complex sublimato.
Ma non è questa la sede per ragionare di ciò. Anche perché si tratta
d’un problema di Faletti, non mio né dei lettori. Sicché, meglio tornare
ai frammenti falettiani che al lettore italiano suonano per lo meno
bizzarri. Sul tema Sacchi ha scritto altri due articoli, trovando nuove
espressioni sospette5 in ISD. Anch’io ne ho scovate un po’, seminate
in giro per gli altri libri falettiani. E per cercare di capire se per caso
non fossero provenienti dall’inglese o dall’americano ho chiesto consulenza
a Annalisa Sandrelli, ricercatrice dell’Università LUSPIO (Libera
Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni) di Roma,
nonché interprete professionista sovente impegnata nelle conferenze
stampa organizzate dall’Uefa a margine delle manifestazioni calcistiche.
Il primo frammento a lei sottoposto è proprio quello riguardante
l’importo della ferita. Ecco l’interpretazione:
In inglese import significa importanza o rilevanza. Si trova ad esempio
nella frase fatta «the import of what I’m saying» (l’importanza di ciò
che sto dicendo, per dire anche le implicazioni, le conseguenze di ciò che
sto dicendo). La locuzione «the import of his/her incurie» può significare
la severità e le conseguenze delle ferite subite da una persona. Non molto
usato, registro formale, di solito ambito giuridico o cronaca giudiziaria.
Di sicuro, una cosa improponibile in lingua italiana. Andiamo
avanti. Sempre in NVTO, a pagina 189, si trova il seguente passaggio:
Jordan era a qualche passo di distanza e non sentì altro che una scarica
e poche parole gracchiate attraverso il microfono poco attendibile dell’apparecchio.
Ma come farà un microfono a essere «poco attendibile»? Gli è forse
richiesta «credibilità»? Deve forse offrire una testimonianza da passare
al vaglio? Ancora una volta Annalisa, paziente, cerca una spiegazione:
L’unica cosa che mi viene in mente è che di un microfono si può dire
che è reliable (letteralmente attendibile o affidabile se riferito a una fonte,
a una persona, ecc.) per dire che è sensibile, rileva e amplifica molto bene i
suoni. Quindi qui potrebbe dire che è un microfono poco sensibile.
Ancora un passaggio di NVTO. A pagina 244 si legge:
La voce organizzata di Mary Ann Levallier le sorprese a mezza strada.
«Voce organizzata»? Mai sentito in italiano. E in anglo-americano?
Qui Annalisa deve proprio mettercela tutta per dare un’interpretazione:
Questa è difficile. Ho cercato l’equivalente di voce impostata, e si dice
Pitched voice o Trained voice, che si usa per indicare qualcuno che ha
seguito un corso sull’uso della voce o per essere intonato (la prima versione è
relativa ai cantanti) o per recitare o parlare in pubblico (trained vuol dire
letteralmente addestrata o allenata).
I misteri della lingua falettiana s’infittiscono se si mette da parte
NVTO e ci si dedica al suo primo romanzo, IU. Qui a un certo punto,
in uno dei capitoli nei quali il Faletti allungatore di brodi dà il meglio di
sé, si parla di Hudson McCormack. Costui è un personaggio che piace
alle donne, che però vengono da lui ricambiate con minor trasporto. E
a quel punto (pagina 511) Faletti sente l’urgenza di dissolvere gli eventuali
dubbi sui gusti sessuali di McCormack:
Oddio, non che non gli piacessero le donne. Era un fior di regolare, e
una bella ragazza rappresentava sempre un bel modo di passare il tempo
(…)
«Un fior di regolare». In quale lingua transgenica avete mai sentito
pronunciare una formula come questa? Di sicuro non in quella italiana.
Su questo frammento Annalisa non ha dubbi:
In inglese americano a regular guy vuol dire uno normale, a posto,
come tutti gli altri, con gli appetiti e le doti che hanno più o meno tutti,
in contrapposizione con i nerd che sono gli sfigati fissati col computer e lo
studio. Però non è positivissimo, perché i più fichi invece sono i popular.
Quindi secondo me mettere quella specificazione accrescitiva (un fior di)
non c’entra un piffero.
Naturalmente il ragionamento della nostra interprete fa riferimento
ai calchi linguistici angloamericani. Perché se ci si riferisse alle formule
della lingua italiana, allora l’incoerenza andrebbe riferita non soltanto
al passaggio «un fior di». Il mistero più grande si manifesta alla lettura
del passaggio di IU (pagina 438) in cui si descrive l’accalcarsi di un
gruppo di giornalisti presso il cimitero di Eze Village, dove vengono
celebrati i funerali del commissario della polizia di Montecarlo, Nicolas
Hulot. A quel punto Faletti piazza una formula mai scritta o detta al
mondo:
L’avidità livellatrice dei pochi giornalisti presenti era stata trattenuta
all’esterno (…)
Con «l’avidità livellatrice» siamo ormai oltre. Nel pieno dominio
dell’italiano postmoderno, quello in cui la coppia «sostantivo-aggettivo
» non deve avere alcun senso, e può ben essere formata col metodo
dell’estrazione a sorte. E a questo punto Annalisa deve mettercela tutta
per dare una spiegazione:
Qui è ancora più strano. Allora, ai giornalisti viene spesso riferito questo
aggettivo, greedy, che significa avido, relativamente al rapporto che la
stampa scandalistica ha con le notizie, soprattutto di gossip e cronaca nera.
I greedy journalists sono gli sciacalli che non esitano a rovinare la gente
mettendo in piazza i cavoli loro. Il vero mistero è quel livellatrice, sul quale
mi scervello da giorni. Non ho la minima idea di che cavolo volesse dire.
L’unica accezione che mi viene in mente in inglese è to level e il suo participio
o gerundio levelling (a volte con la preposizione out aggiunta), che si
usa facendo riferimento a qualcosa (tipicamente la morte) che azzera tutte
le differenze. Ma insieme a avidità… immagino significhi che i giornalisti
erano tutti ugualmente ansiosi di accedere al luogo del delitto (o quello
che è) per poi raccontare in poche parole più o meno uguali una vicenda
magari complessa.
La rassegna delle formule misteriose all’americana avrà una coda
al paragrafo 1.6, e si tratta d’un passaggio talmente clamoroso da meritare
un trattamento a parte. Per il momento mi limito a constatare
che Faletti usa spesso frasi la cui costruzione ha poco d’italiano, e il cui
significato può essere sfuggente. E tuttavia, non tutte queste frasi corrispondono
a dei calchi linguistici anglo-americani, come gli articoli di
Sacchi e le eccezioni sollevate da Franca Cavagnoli e Eleonora Andretta
farebbero pensare. Il che significa una sola cosa: il vero problema linguistico
di Faletti riguarda non tanto l’angloamericano, quanto l’italiano.
Un problema serio. Non legato soltanto a frasi il cui senso sfugge,
ché quello sarebbe il meno. C’è ben altro, ahilui.
Nelle pagine dei romanzi falettiani potete trovare agghiaccianti errori
di grammatica, in qualche caso reiterati con un’assiduità degna di
miglior causa. Qualcosa che non ci si aspetterebbe mai dall’incredibile
più grande scrittore italiano. Il caso più clamoroso si ha col sostantivo
pneumatico, e col suo plurale pneumatici. A ogni ragazzino delle
elementari viene insegnato che l’articolo determinativo singolare appropriato
per pneumatico è lo, e che per il plurale pneumatici è gli6. E
così è per tutte le preposizioni articolate che vanno a concordarsi col
sostantivo: dello/degli, allo/agli, sullo/sugli pneumatico/i. A nessuno,
scrivendo un libro, verrebbe mai in mente di scrivere il pneumatico
o dei pneumatici, allo stesso modo in cui mai scriverebbe il psicologo
o dei psicologi. Proprio nessuno? Beh, non esattamente. Leggendo
NVTO, il primo dei libri falettiani con cui mi sono confrontato, notai
a pagina 122 questo passaggio:
Lo stridio dei pneumatici del Voyager (…).
E leggendolo starete già pensando: «Sì, vabbe’, sarà grave: ma una
volta può anche scappare». Una volta? Direi proprio di no. Sempre in
NVTO, a pagina 301, potete leggere quanto segue:
La Ford Corona bianca e blu della polizia scese lentamente la rampa
di Williamsburg Bridge e piegò a destra, lasciandosi alle spalle un piazzale
pieno di autobus addormentati sui pneumatici.
Notare, fra l’altro, come lo sforzo di dare un tocco poetico (i bus addormentati)
sia mortificato da uno sfondone di grammatica (sui pneumatici).
Ancora una volta mi pare di udire l’obiezione: «Ok, è vero,
due volte in un libro è molto grave. Ma non facciamone un dramma
e chiudiamola qui». Per carità, sarei dispostissimo a chiuderla qui anch’io.
Il problema è che è Faletti a non chiuderla. Andando alle pagine
346-7 dello stesso volume si trova quanto segue:
Poi il rombo di un motore in violenta accelerazione e lo stridere dei
pneumatici sull’asfalto (…)
E adesso, registrato il tris, come la mettiamo? Avverto l’imbarazzo
degli oltranzisti falettiani, che a questo punto con flebile voce mobiliterebbero
la sola argomentazione residua: «Va bene, è indiscutibile che tre
coincidenze facciano un indizio. E che si tratti di errori gravissimi. Ma
in fondo è avvenuto tutto quanto in un solo libro, è soltanto un caso
sfortunato». Ancora una volta: nossignori. Il caso non riguarda soltanto
NVTO. A pagina 155 del primo romanzo falettiano, IU, potete leggere:
(…) sentendo a tratti i pneumatici cigolare (…)
Penso che a questo punto le obiezioni degli oltranzisti falettiani si
esauriscano. Ma purtroppo per Faletti non si esaurisce qui il Dossier
Pneumatici. L’autore è seriamente convinto che l’articolo determinativo
plurale appropriato sia i, e così tutte le preposizioni collegate. Leggendo
il terzo romanzo, FED, eccone un altro saggio alle pagine 153-4:
Non appena l’aveva visto, Silent Joe l’aveva subito dichiarato di suo
gradimento con una vivace innaffiata dei pneumatici posteriori.
In quel romanzo, i bisogni fisiologici del cane Silent Joe sono una
fissa dell’autore, e dunque ecco arrivare il bis a proposito di pneumatici
(pagina 177):
Annusò un poco in giro e decise di fare il suo pit stop sui pneumatici
di una Honda.
Non possono esservi più dubbi sul fatto che per l’incredibile più
grande scrittore italiano l’articolo determinativo correlato a pneumatici
sia i. Eppure nel quarto libro, ISD, accade il miracolo. A pagina 59
potete trovare il seguente passaggio:
Mentre si avvicinava all’edificio sentendo il pietrisco sotto gli pneumatici
rollare (…)
Catturato dallo stupore, mi ritrovai a annotare nel bordo alto della
pagina: «Non ci posso credere: l’ha scritto giusto!». E per un po’ mi
convinsi che l’incredibile più grande scrittore italiano avesse imparato
(meglio tardi che mai) il corretto articolo determinativo di pneumatici,
o che quantomeno qualcuno l’avesse avvertito degli sfondoni fin lì
compiuti. Dunque immaginai che da lì in poi, appresa la lezione alla
bella età di anni 59 (nel 2009), egli non ripetesse più l’errore. Ma si
trattò di breve illusione. Perché arrancando nella lettura fino a pagina
485 dello stesso libro scoprii che tutto tornava normale:
Mise il lampeggiante sul tetto e si staccò dal marciapiede, facendo lamentare
i pneumatici sull’asfalto.
Sicché, riguardo al corretto uso del determinativo nel frammento
di pagina 59, se ne può dare una sola spiegazione: che Faletti l’abbia
scritto giusto per errore. E immagino che, rileggendolo e accorgendosi
di aver scritto gli pneumatici, si sia dato una gran manata sulla fronte
esclamando: «Porca puttana, che errore ho fatto!».
Ma a questo punto gli oltranzisti falettiani potrebbero riprendere
fiato e tornare alla carica con le obiezioni. Potrebbero appellarsi al
fatto che un cumulo d’errori su un solo sostantivo, per quanto gravi
quegli errori siano, non può inficiare il giudizio sull’opera intera di un
autore. Chiunque egli sia. E in fondo si tratterebbe della stessa linea di
giustificazione adottata da Faletti (prima che blaterasse di polemiche
premestruali) contro chi faceva notare gli americanismi contenuti in
ISD: in fondo si trattava «di soltanto cinque frasi in un libro intero».
Anche stavolta mi tocca respingere al mittente l’obiezione. Perché Faletti
non ha problemi soltanto con gli (i) pneumatici. Leggendo con un
minimo d’attenzione ciò che scrive, vi si ritrova dentro l’impensabile.
Di davvero incredibile non è lo scrittore, ma la sua scrittura. La lista è
lunghissima. Per cui, stappate una bibita e mettetevi comodi.
Cose straordinarie è capace di fare l’Incredibile quando si tratta di costruire
la frase. Che come tutti sanno, specie nella forma scritta e in particolar
modo quando si scrive un libro, deve avere un rigore formale inflessibile.
Su questo versante Faletti mostra una passione per l’abbattimento degli
steccati e l’effervescenza grammaticale e sintattica che meriterebbe d’essere
passata al setaccio nei dipartimenti d’Italianistica. Per esempio, leggete un
po’ questo frammento pubblicato a pagina 100 di NVTO:
Finalmente la testa ricciuta di Connor emerse e sbadigliò e si stropicciò
gli occhi esasperando volutamente un movimento che lo fece assomigliare
a un gatto.
Qualcosa non torna, sicché bisogna scomporre il periodo e analizzarlo
pezzo a pezzo. L’inizio dice che la testa emerse: e fin qui, tutto
regolare. È la testa di Connor Slave, e emerge da sotto le coperte. Ma
poi, continuando la lettura del periodo, il meccanismo logico s’inceppa.
Perché si scopre che la testa sbadigliò. E infine che la testa si stropicciò
gli occhi. Fantastico! Chissà se questa è una delle cinque frasi di bonus
che l’Incredibile concede a sé medesimo di sbagliare in ciascun libro.
Di sicuro questa, da sola, vale per dieci. Per di più, riguardo alla testa
e alle sue azioni Faletti mostra una passione. Lo si scopre leggendo un
frammento del romanzo successivo, FED. A pagina 256 potete trovare
di nuovo una testa che riemerge e fa cose fuori schema:
La testa di April riemerse in un movimento di capelli vivi e iniziò a
infilarsi la camicia.
È dunque la testa che s’infila la camicia? Sarebbe bello che l’incredibile
più grande scrittore italiano spiegasse cose come questa, senza
appellarsi a invidie, sindromi premestruali e ansie di vivere i cinque
minuti di celebrità. Così come non sarebbe male che spiegasse la sfilza
di periodi costruiti in stile io speriamo che me la cavo. A pagina 393 di
NVTO viene fatta pronunciare a Maureen Martini una frase tipica del
Faletti solenne:
«Qualcuno ha posto gli esseri umani davanti al dubbio fra essere e non
essere, qualcun altro davanti alla scelta fra essere e avere. Io, in questo momento,
l’unica cosa che desidero è soltanto capire».
Dentro quell’io l’unica cosa che desidero è soltanto capire c’è un mondo
intero, una lingua selvaggia che chiede di scorrazzare brada. Idem si
dica per il frammento collocato alle pagine 32-33 di AVD:
L’autoironia credo che sia un altro degli schermi che pone fra sé e un
mondo per lui invisibile.
In qualche caso la costruzione del periodo prende una forma sbrigativa,
finendo per dar luogo a dei non sequitur, cioè a delle frasi il cui
inizio non si concorda con la conclusione. Eccone un esempio, tratto
da IU a pagina 492:
Anche se la sua vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, di
solito nessuno si immischia in certe faccende.
Questo è italiano parlato. Una frase che se pronunciata al bar potrebbe
anche essere lasciata passare, ma che in un libro costituisce errore
grave. La forma corretta sarebbe più o meno così: «Anche se la sua
vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, le cose non sarebbero
cambiate. Di solito nessuno si immischia in certe faccende». Notevole
anche il seguente stralcio (NVTO, p.337), nel quale si parla di un telefono
cellulare che squilla provvidenziale in un momento d’imbarazzo,
permettendo d’interrompere la conversazione:
Sincronizzato dal caso per risolvere quello spigoloso istante di imbarazzo,
Jordan sentì il telefono portatile vibrare nella tasca dei pantaloni.
Per quello che è l’ordine dato alla frase da Faletti, a essere sincronizzato
è Jordan, non certo il telefono. Ancora, a pagina 444 dello stesso
libro:
Se da una parte quella notizia aveva fugato ogni possibile incertezza
residua da parte di Jordan, era rimasto gelato quando aveva sentito che
Maureen aveva intenzione di andare da sola a casa sua.
Poiché manca un «egli» dopo «Jordan» e la virgola, il periodo crolla
come un tavolo al quale venga segata una gamba. Una cosa analoga
succede a pagina 385 di FED. Si racconta di come Jim McKenzie e
April Thompson s’inoltrino nel bosco. A quel punto Faletti scrive:
Il sentiero si faceva più agevole a mano a mano che si avvicinavano.
Poco prima di affacciarsi nella radura in cui erano parcheggiate le macchine,
sul tronco di un pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno
la scritta «Cliff ama Jane». April le passò di fianco con il pensiero amaro
che quella scritta sarebbe sopravvissuta alle persone che l’avevano tracciata.
E anche al loro amore.
Anche qui la costruzione non regge. Coloro che «si avvicinavano»
sono Jim e April. E ancora a loro si fa riferimento quando si dice «prima
di affacciarsi nella radura». Ma dopo la virgola il periodo diventa
un Frankenstein, perché dal punto di vista formale il soggetto è quel
«qualcuno» che «aveva inciso un cuore». Dunque il senso della frase
costruita da Faletti dice che qualcuno, prima di affacciarsi nella radura,
aveva tracciato quel cuore con relativa scritta. La costruzione corretta
della frase avrebbe dovuto essere: «Poco prima di affacciarsi nella radura
in cui erano parcheggiate le macchine, notarono che sul tronco di un
pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno la scritta «Cliff ama
Jane». (…)».
Ma l’apice viene toccato a pagina 134 di PIN, nel racconto L’ultimo
venerdì della signora Kliemann:
Carlo Anselmi si trovò a riflettere a come, a tutti i livelli, la vita sull’isola
aveva dei risvolti comuni. Una grande maggioranza di quelli della
loro età erano proprietari di un’attività che avevano trasmesso ai figlioli:
Maurizio la farmacia, Piero Parodi il ristorante…
Chi non l’aveva fatto era per un motivo molto semplice. O non aveva
figli o non aveva una vera attività da trasmettere.
Un guazzabuglio mai visto. Cominciamo dalla costruzione della
frase che ha al centro il verbo riflettere. Esso richiede la preposizione
su, non a. Si riflette su una cosa, non si riflette a una cosa; e questo è
un errore da tre tratti di matita blu. Si prosegue con quel passaggio
in cui si dice che «una grande maggioranza (…) erano proprietari (…)».
Se proprio voleva evitare l’effetto sgradevole che viene dal dire «una
grande maggioranza (…) era proprietaria» (formula corretta dal punto
di vista grammaticale, ma poco pratica se la si proietta nella dimensione
della lingua quotidiana) avrebbe dovuto costruire la frase con la
formula: «Una grande maggioranza di quelli della loro età era formata
da proprietari di un’attività (…)». In questo modo la costruzione della
frase avrebbe retto. Il meglio arriva in coda. Prima c’è un periodo in
stile io speriamo che me la cavo («Chi non l’aveva fatto era per un motivo
molto semplice»). E a seguire si scopre che in realtà di motivi ce ne sono
due, non uno («O non aveva un figlio, o non aveva una vera attività da
trasmettere»).
Per di più, l’Incredibile mostra una predilezione per l’uso della preposizione
«a» in luogo di quelle che sarebbero corrette all’interno della
frase. Poco sopra ci siamo imbattuti in un «riflettere a». In AVD, pagina
364, ecco il bis:
Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, a fare a gara a chi
ce l’ha più grosso.
Il verbo esimersi richiede la preposizione «da» e le sue articolate,
non «a» («Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, dal fare a
gara a chi ce l’ha più grosso»). E coi congiuntivi, come se la cava l’Incredibile?
Direi che si mantiene in linea col resto della sue performance
linguistiche. Ecco un frammento a pagina 218 di NVTO:
Forse, se Gerald avesse avuto qualcuno che gli diceva una frase del genere
in quel modo, non sarebbe mai diventato Jerry Kho.
Gli riusciva troppo arduo scrivere «se Gerald avesse avuto qualcuno
che gli dicesse (…)».
Lui però non demorde, e si esercita pure col tedesco. La performance
si registra a pagina 133 di PIN, nel racconto L’ultimo venerdì della signora
Kliemann. Succede che la bella signora tedesca dia appuntamento
a Carlo Anselmi per l’indomani, augurandosi che faccia bel tempo. E
lui risponde:
«Dovrebbe esserlo. A domani. Auf Wiedersehen».
La salutò con una delle poche parole che sapeva in tedesco (…).
Ma Auf Wiedersehen non è una parola; è un’espressione, composta
da due parole.
Non meno brillanti le prove sulla consecutio temporum. All’interno
di una sequenza di IU (pagine 45-46) essa viene sfregiata due volte.
Siamo sulla scena del primo delitto, che avviene al largo della baia di
Montecarlo. L’assassino sceglie di ammazzare una coppia che passa le
vacanze su uno yacht. L’azione viene descritta usando l’indicativo presente.
Si narra di come l’assassino scorga la lei della coppia che decide
di fare un bagno in piena notte, ciò che gli facilita l’esecuzione del
piano. Ecco la descrizione:
Emerge a poppa dell’imbarcazione e si appende alla scaletta che è rimasta
abbassata.
Bene.
Questo gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo.
Perché se costruisce il periodo al presente indicativo usa quel condizionale
passato? L’uso di quest’ultima forma temporale sarebbe stata
corretta se la narrazione fosse stata costruita usando una forma verbale
al passato, per esempio il passato remoto: «Emerse a poppa dell’imbarcazione
e si appese alla scaletta che era rimasta abbassata. Bene. Questo
gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo» Ma se sceglie di narrare
al presente, allora l’ultimo periodo andrebbe reso al condizionale presente
(«Questo gli eviterebbe (…)») se non addirittura al futuro semplice
(«Questo gli eviterà (…)»). Poco dopo, ecco il bis:
Non può permettersi di essere limitato nei movimenti, anche se la sorpresa
nei confronti di due persone colte nel sonno avrebbe agito a suo
favore e facilitato il suo compito.
Un altro esempio di consecutio temporum presa a sassate si ha in
NVTO, pagina 233:
Il carattere deriva dalla sofferenza, e una persona bella di solito non ha
mai dovuto faticare per conquistare niente, perché trovava sempre un sacco
di altre persone disposte a farsi in quattro pur di regalarglielo.
La frase è giustamente costruita all’indicativo presente, perché
enuncia un principio generale sganciato dal tempo della narrazione.
Nello specifico, il fatto che il carattere derivi dalla sofferenza con tutto
quanto segue è un principio generale, valido per ogni tempo cronologico;
e per questo motivo il suo tempo narrativo deve essere l’indicativo
presente. Perché se, viceversa, si scrivesse che «il carattere derivava dalla
sofferenza (…)» ne sortirebbe un significato ben diverso: passerebbe l’idea
che si sta parlando di una mentalità e di un costume superati dai
tempi, e dunque non più attuali. E dunque, ribadisco, l’Incredibile usa
opportunamente il presente indicativo quando parla del rapporto fra
carattere e sofferenza. Ma allora perché quel «trovava» anziché «trova»?
Proprio non gli riesce di fare le cose per bene fino in fondo. A pagina
185 di PIN viene commesso lo stesso errore:
Forse era umano avere timore quando si sente che si sta per morire (…)
Il principio detta che è (sempre!) umano avere timore quando si
sente che si sta per morire, e non lo era certo soltanto nel momento di
cui viene data descrizione in quel frammento. Un passaggio strepitoso
si ha a pagina 219 di FED. Lì viene descritta Charyl, una prostituita
della quale s’innamora la prima vittima del misterioso spirito navajo.
Ecco la pennellata decisiva:
I capelli biondi erano legati dietro la nuca da una coda di cavallo.
Qui l’Incredibile avrebbe dovuto scrivere «legati dietro la nuca in
una coda di cavallo». Perché messa nei termini da lui usati significa che
Charyl, per legarsi i capelli dietro la nuca, ha dovuto tagliare la coda a
un cavallo e usarla come fosse un elastico.
Cinque frasi controverse per ogni libro, si diceva. Ribadisco: magari!
Perché se mi mettessi a dar conto di tutti i refusi (concordanze sbagliate
di plurali o singolari, di maschili o femminili, et similia), rischierei di
dedicare a Faletti tutto lo spazio di questo libro. È dunque per ragioni di
economia che faccio una selezione. Inoltre, uso una certa indulgenza perché
so che nessuno è immune dal refuso. Ne ho trovati anche nei miei libri,
ricavandone l’ennesima dimostrazione d’un principio di cui mi sono
fatto convinto: che ciascuno di noi è il peggior correttore di se stesso. Ma
nel caso di Faletti il problema è la quantità. Industriale. Ve ne riporto
una selezione, tenendo gli altri di scorta per chiunque volesse visionarli:
– (…) un linguaggio a parte, in cui il candore degli errori e l’assoluta innocenza
con cui venivano pronunciati diventava a volte fonte di battute
fulminanti. (IU, pag, 17) [il candore degli errori e l’assoluta innocenza
diventavano]- Roncaille e Durand sono scesi ufficialmente sul sentiero di guerra.
Deve aver avuto alle spalle pressioni spaventose (…) (IU, pag. 207) [Roncaille
e Durand devono avere avuto]
– Il porco aveva il naso e un labbro spaccato (IU, pag. 264) [spaccati]
– Ci sarebbe voluta molta luce e molto sole (IU, pag. 273) [ci sarebbero
voluti molta luce e molto sole]
– Un accenno di ansia sembra dipinta (…) (IU, pag. 578) [un accenno
dipinto]
– (…) alcune gocce di sangue raggrumato erano usciti (…) (IU, pag.
595) [gocce di sangue uscite]
– Fuori c’era l’inverno e il freddo e le acque a senso unico dell’Hudson
(…) (NVTO, pag. 82) [fuori c’erano]
– Jordan sentì le mani sudate, come se l’umido della pioggia che cadeva
cieca sui vetri fosse riuscita a entrare nella stanza (NVTO, pag. 171) [l’umido
della pioggia fosse riuscito]
– (…) il concetto di casa e di amore era feroce e acuminato come il coltello
Bowie che aveva appeso alla cintura (FED, pag. 15) [i concetti di casa e di
amore erano feroci e acuminati; e lasciamo pure da parte ogni giudizio
sull’associazione dei due aggettivi ai concetti di casa e amore]
– C’era la camera da letto, la stanza guardaroba e lo studio dove il
signor Kliemann passava con il computer acceso tutto il tempo che non trascorreva
seduto in giardino (PIN, pag. 171) [c’erano la camera da letto,
la stanza e lo studio]
– [Egli] Si vide da fuori come in una ripresa cinematografica, la sua sagoma
seguita da una carrellata mentre sfilava sullo sfondo di quei disegni,
sovrapposto come in una vecchia tecnica di animazione nel quale in realtà
era il fondale che si muoveva mentre la figura in primo piano restava ferma
(PIN, pagg. 201-2) [una vecchia tecnica di animazione nella quale]
– C’era nello sguardo smarrito della donna seduta di fianco a lui, una
richiesta e una promessa d’aiuto (PIN, pag. 236) [c’erano una richiesta
e una promessa]
– Ogni persona con un minimo di autorità e di coinvolgimento in quella
storia, lei compresa, sarebbe stato investito da quella bufera (…) (ISD,
pag. 374) [ogni persona sarebbe stata investita]
– Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enormi, che sono
poi le qualità che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato (TADT,
pag. 92) [Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enorme,
che è poi la qualità che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato].
Un altro punto dolente della prosa falettiana è dato dalle improprietà.
Ovvero, dall’uso di parole inadatte al contesto della frase e del
discorso. Anche su questo versante il nostro eroe è capace di piazzare
numeri memorabili. Comincia subito, sin dall’inizio del primo libro. A
pagina 13 di IU si legge questo passaggio:
Jean-Loup pensò che le priorità della vita, tutto sommato, sono abbastanza
semplici e ripetitive, e in pochi posti al mondo come quello era
possibile quantificarle. La caccia al denaro al primo posto.
In realtà Jean-Loup sta classificando, non quantificando le priorità.
Ma il suo creatore non lo sa, e del resto abbiamo già visto che quando si
tratti di stabilire l’ammontare di qualcosa o il suo importo egli va completamente
fuori schema. Per di più l’incredibile inciampa di nuovo sul motivo
della quantificazione a pagina 312 del romanzo successivo, NVTO:
Il detective non si diede pena di presentare le persone che erano con lui.
In parte perché non era necessario, ma soprattutto perché non sapeva bene
in che modo quantificare la loro presenza sul luogo del delitto.
Cosa c’entri in tale caso la quantificazione rimane un mistero. Probabile
che si trattasse di giustificazione, o più credibilmente di qualificazione
(«non seppe in che modo giustificare»; «non seppe in che
modo qualificare»). O che per l’ennesima volta abbia fatto capolino
l’americano presente in Faletti, colto da sindrome premestruale e dalla
voglia di godersi altri cinque minuti di celebrità. Tutte supposizioni,
ovviamente. A contare davvero è il fatto che a pagina 472 di ISD l’Incredibile
conceda il tris:
Aveva capito che qualcosa di poco bello era successo, qualcosa che poteva
quantificare ma alla quale non sapeva reagire.
Chiuso il dossier relativo alle quantificazioni, passiamo a altro. A
pagina 98 di FED ne salta fuori una nuova. Una troupe televisiva arriva
sul luogo per una ripresa e i suoi componenti scendono dal furgone
della regia mobile per occupare la postazione. Ecco il modo in cui l’Incredibile
descrive la scena:
Gli occupanti erano scesi e avevano scaricato tutte le loro mercanzie e
montato rapidamente le luci.
Mercanzie? Ma perché, dovevano forse vendere le cose scaricate dal
furgone? E per quale importo, allora? O piuttosto Faletti intendeva dire
che gli occupanti scaricarono le loro attrezzature? L’italiano di Faletti continua
a fare miracoli. Andiamo avanti. A pagina 275 di IU si parla di una
trasmissione radiofonica che non sta andando secondo le intenzioni.
Tuttavia, la puntata non aveva nervo quella sera (…).
Evidentemente per Faletti il nervo e il nerbo sono la stessa cosa. Il
colpo da maestro viene piazzato a pagina 101 di TADT:
I portieri si allenano con i reciproci allenatori negli esercizi studiati
apposta per il ruolo.
Qui la spiegazione dell’errore è un po’ più complessa. Ma cionondimeno
quello che viene definito l’incredibile più grande scrittore italiano,
l’uomo che vendendo 12 milioni di copie è responsabile anche di un
modo in cui la lingua italiana e il suo corretto uso vengono divulgati,
dovrebbe comprendere la sfumatura e applicarla diligentemente nelle
cose che scrive come qualsiasi mediocre studente di istituto tecnico. La
formula i reciproci allenatori è un non senso, non significa nulla. Reciproche
sono le azioni e gli atteggiamenti, ciò che due o più individui
si scambiano: io do/faccio/dico una cosa a te, tu dai/fai/dici una cosa a
me, e dunque ci comportiamo reciprocamente. Ma se si parla di connotazioni
e/o attribuzioni dei soggetti, esse sono rispettive. Quando si dice
che due persone sono ciascuna dentro la propria auto, si dice che esse
si trovano nei rispettivi automezzi. Dire invece che sono nelle reciproche
auto non ha senso, è un errore logico colossale. Così come dire che «i
portieri si allenano coi reciproci allenatori».
Altri esempi di improprietà sono quelli che portano Faletti a attribuire
caratteristiche e modi di dire italiani a personaggi stranieri. Per
esempio a pagina 118 di ISD, dove si parla di uno spacciatore newyorchese
che per prudenza comunica soltanto attraverso i posti telefonici
pubblici a gettoni. Motivo: il rifiuto di usare i telefoni cellulari, a causa
dell’alto rischio d’essere intercettati. Il ragionamento viene spiegato
così dall’autore:
Un sacco di gente non aveva capito che non a caso il cellulare si chiamava
in quel modo. Era nello stesso tempo un telefono e il veicolo che ti
portava in galera.
Che un personaggio americano pensi una cosa del genere è semplicemente
impossibile. Vero è che in angloamericano il telefono cellulare
si chiama anche cellular phone. Ma non altrettanto si può dire dell’automezzo
blindato nel quale si viene caricati per essere condotti agli arresti;
che ha diversi nomi (prison van, o police van, o patrol vagon) tranne
cellular e simili. Dunque, di cosa sta parlando l’Incredibile? Ancora, a
pagina 32 di PIN, nel racconto Una gomma e una matita, il protagonista
in vacanza a Mikonos incontra una donna del posto. Lei si presenta:
«Io sono Yoanna, Yoanna Xidakis. So che a lei il mio cognome suona
come un codice fiscale, però in Grecia c’è di peggio…»..
Per la cronaca, in Grecia i codici fiscali sono costituiti da stringhe
numeriche. Nulla a che vedere con quelli italiani, che iniziano con
sequenze di consonanti. Un cittadino greco non capirebbe proprio il
senso di questa battuta, figurarsi pronunciarla. A pagina 74 di NVTO,
Jordan Marsalis incontra il detective della polizia di New York, Burroni.
Ecco la descrizione:
Quando lo individuò, si diresse verso il tavolo con quella strana camminata
con il baricentro un po’ basso, da giocatore di soccer. Aveva in
mano un quotidiano sportivo (…).
Per chi non lo sapesse, Faletti compreso, negli Usa non esistono
quotidiani sportivi. Soltanto uno, nella storia, fece una breve apparizione.
Si chiamava The National 7, e andò in edicola fra gennaio 1990
e giugno 1991. La vicenda di NVTO è ambientata in un anno imprecisato,
ma certamente dopo l’Undici Settembre del 2001, visti i
riferimenti fatti qua e là al crollo delle Torri Gemelle. Altro problema
col quale Faletti non riesce a raccapezzarsi: quello delle monete nazionali.
A pagina 231 di NVTO Jordan Marsalis racconta la propria storia
familiare a Lysa Guerrero. Ecco uno stralcio particolarmente sapido di
ciò che le riferisce:
«Oh, è una storia molto semplice. Mio padre era un bel ragazzo senza
una lira e giocava bene a tennis. (…) Mio padre uscì da quella casa come
c’era entrato. Senza una lira in tasca e con difficoltà sempre maggiori di
vedere suo figlio. (…)».
Qualcuno è in grado di spiegare perché mai un personaggio americano
dovrebbe usare la formula «senza una lira»? Non è dato sapere,
e comunque Faletti persevera su questo motivo. A pagina 159 di FED
si legge infatti:
«Lui non sopporta il fatto che Alan abbia deciso di sposarti. Glielo ha
detto proprio stamattina. Hanno litigato. Wells dice che se lo fa, da lui non
avrà più una lira».
Nelle edizioni più recenti di NVTO i volenterosi editor di Dalai
hanno messo una pietosa pezza su questi sfondoni, convertendo le lire
in dollari. E l’operazione di rimaneggiamento fa tenerezza, vista la mole
di strafalcioni contenuta in quei libri. L’effetto è quello che si avrebbe
riappiccicando una piastrella al muro di una casa bombardata. Notevole
anche la forma in cui alcuni modi di dire vengono storpiati nelle
pagine falettiane. Per esempio, a pagina 170 di FED si legge:
Quando se l’era trovata di fronte, a casa di Caleb, aveva sentito una
vampata percorrerla da cima a piedi (…).
Qui l’Incredibile è rimasto indeciso fra i due modi di dire «da cima
a fondo» e «da capo a piedi», finendo col farne un bizzarro mix. Ma
questo è nulla rispetto al frammento che si trova a pagina 255 di IU:
Aveva chiesto un nuovo anticipo a Bikjalo, che aveva rognato un bel
po’ e finalmente si era deciso a scucire i cordoni della borsa firmando a
malincuore un assegno.
Confusione assoluta per il povero Faletti: indeciso fra allargare i
cordoni della borsa e scucire del denaro, egli non ha trovato di meglio
che presentare un improponibile mix: scucire i cordoni della borsa. Cioè,
letteralmente, Bikjalo prese la borsa e in un impeto di rabbia ne strappò
via i cordoni. E c’è dell’altro. A pagina 38 di AVD si legge un «Per forza
di causa maggiore», anziché «Per causa di forza maggiore». Certi passaggi
sono da antologia. In NVTO, a pagina 424, si legge:
Dopo essere entrato, l’uomo non accese subito gli interruttori.
Delle due l’una: o si accende la luce, o si pigia l’interruttore. Pensare
che si possa accendere l’interruttore è come parlare degli allenatori reciproci.
Ancora, a pagina 492 potete trovare il seguente frammento:
Maureen si ritrovò con gli occhi rigati di lacrime (…).
Anche in questa circostanza, delle due l’una: o Maureen si ritrovò
con le guance rigate di lacrime, o piuttosto si ritrovò con gli occhi gonfi di
lacrime. Parlare di occhi rigati di lacrime è un altro nonsense.
Dunque, questo lungo percorso attorno alla prosa falettiana ci ha
dato la prova provata del sofferto rapporto intrattenuto dall’autore con
la lingua italiana. Un rapporto rispetto al quale i sospetti d’influenza
linguistica anglo-americana sono elemento men che secondario. Ma
sarebbe errato pensare che l’analisi delle peculiarità contenute nei testi
di Giorgio Faletti si chiuda qui. Il viaggio fra quelle pagine non è finito.
Anzi, è appena iniziato.
NOTE:
2 M. Sacchi, Mister Giorgio Faletti, tu vuo’ fa’ l’americano, Il Giornale, 3 agosto 2009
3 G. Faletti, «Scusate se prendo fate per topolini», La Stampa, 22 agosto 2009
4 Fra l’altro, va specificato che la professoressa Franca Cavagnoli non è mai entrata nel merito del testo falettiano. Si è limitata a rispondere a delle precise domande poste da un giornalista del Giornale. L’intervista è disponibile al link http://www.ilgiornale.it/news/l-esperta-franca-cavagnoli.html.
5 Si veda Faletti, l’uomo che traduceva se stesso, Il Giornale, 23 agosto 2009, e Faletti l’americano si autoassolve in tv. Gli altri? Meglio tacciano per sempre, Il Giornale, 24 settembre 2009.
6 So già che, a proposito di pneumatici, molti eccepiranno sostenendo che ormai nell’uso comune sia diffusa l’abitudine di utilizzare “i” o “sui” eccetera, anziché “gli” o “sugli” eccetera. Replico che con l’alibi del cosiddetto “uso comune” si rischia di assolvere le peggiori nefandezze linguistiche, a partire dall’utilizzo errato o dall’errato non utilizzo degli apostrofi da associare a “un” o “una”. Un massacro quotidiano e sistematico, che prima o poi qualcuno legittimerà appellandosi all’argomento dell’uso comune.
7 Si veda http://en.wikipedia.org/wiki/The_National_(sports_newspaper)
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