
La notizia migliore di questo mese di luglio è che Elena Bibolotti è tornata su Facebook. L’ho appreso poche settimane fa nel modo più diretto: la sua richiesta di amicizia, da un profilo aperto ex novo. Un nuovo inizio, forse anche un modo per riprendere le misure a un social che nel frattempo è cambito e ci ha cambiati.
Certo è una notizia non memorabile, per parecchi fra voi. E invece lo è molto per me. Che del suo allontanamento volontario avevo voluto sincerarmi quando lo ha comunicato alla sua lista di contatti. Era giugno 2023, poco più di un anno fa. Le scrissi immediatamente in privato per chiederle come mai. Motivi personali, che sarà lei a rendere pubblici se e quando ne avrà intenzione. Per questo il suo ritorno su FB va salutato con soddisfazione e una punta di sollievo. Per lei, che evidentemente ha ritrovato la forza che serviva – ciò di cui mai ho dubitato – e per tutti noi che non ci rassegniamo all’idea di vedere i social trasformati in una cloaca.
L’occasione del grande rientro è buona per cominciare a saldare un debito nei confronti di Elena. Cui da tempo immemorabile ho promesso di parlare dei suoi libri. Non l’ho fatto, così come non l’ho fatto con una lista di amiche e amici lunga da qui al giorno in cui gli endorsement di Matteo Salvini smetteranno di portare una sfiga diabolica. Dunque è tempo di cominciare a restituire, sia le promesse che la stima.
Premetto che il compito non è semplice. Elena ha scritto molte belle cose, che avrebbero meritato maggiore visibilità. E ha da poco messo in circolazione una raccolta di racconti intitolata Pioggia dorata. Formula che non necessita di un supplemento di spiegazioni, e che assieme al sottotitolo (“Sei storie amare”) battezza un’operazione editoriale di riscrittura dell’omonima opera pubblicata nel 2015.


Evidente che si tratta di una raccolta di racconti dal forte contenuto erotico, focalizzato su una pratica sessuale che dalla letteratura psicanalitica e sessuologica viene confinato nel recinto delle parafilie. E invero, tutto ciò che Elena scrive (o almeno, tutto ciò che di Elena io ho letto) ha contenuto erotico. Ciò che fa emergere un primo tema legato ai suoi libri. Un tema su cui l’autrice stessa si ritrova sovente a dibattere, con una vena di giustificato disappunto, e su cui insiste anche Fulvio Abbate nella bella prefazione alla nuova edizione. Il tema delle etichette.
Come se fosse solo eros
Già, le etichette. Elena si è vista attribuire quella di “autrice di letteratura erotica”. dunque da scrittrice di genere. Motivo: nelle pagine dei suoi romanzi l’eros, se non il sesso esplicitamente rappresentato, abbondano. Tanto basta. Del resto, conosco il meccanismo. Nei confronti di certi temi la propensione a classificare in maniera limitativa (ghettizzante?) è malattia diffusa. Lo è soprattutto nel vasto sistema di coloro che di un libro possono decretare le fortune o le sfortune dal momento in cui viene immesso sul mercato: distributori, uffici stampa (sempre che esistano), recensori, librai. Specie a questi ultimi capita di essere colti da una pigrizia classificatoria che ha qualcosa di deliziosamente stolido. Ovvio che, nel dire ciò, non sto generalizzando; e che sono molti i librai capaci di scrutare nell’anima di un libro e metterlo nelle condizioni di intercettare un pubblico. E tuttavia il vizio di categorizzare è spesso più forte della propensione a guardare ai contenuti del libro. Mi è capitato con la duologia dedicata a Nedo Ludi, in cui si racconta una lunga vicenda che si sviluppa nel mondo del calcio; ma che in realtà si muove nello schema del romanzo storico, poiché descrive attraverso il calcio un passaggio cruciale del mutamento sociale, culturale e economico attraversato dal nostro Paese nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. Ma nulla da fare: molti librai confinavano il libro nel reparto dell’editoria sportiva, che purtroppo non è fra i più battuti da parte del pubblico che frequenta le librerie. Interrogati sul motivo di questa scelta di collocazione, alcuni librai mi rispondevano che trattandosi di un libro di argomento calcistico andava piazzato nel reparto libri di sport. A quel punto controbattevo, chiedendo se per caso facessero lo stesso con libri come “Febbre a 90°” di Nick Hornby, o “Prima del calcio di rigore” di Peter Handke, o “Il centravanti è stato assassinato verso sera” di Manuel Vázquez Montalbán. Qualcuno di loro ha abbozzato. E quando sono ripassato in libreria nei giorni successivi ho trovato Nedo sistemato nel reparto narrativa.
Da un reticolo di pigrizie mentali analogo a quello che ho appena raccontato sono avvolti anche i testi pubblicati da Elena. In cui, è vero, c’è molto eros. Ma si tratta anche di storie che raccontano i tic del quotidiano, l’incomunicabilità di coppia, le doppie (e triple) vite, la propensione a piegare e addomesticare i tabù rendendoli giocosi. E il tutto è raccontato sempre con superba ironia. Anche nei frammenti di racconto più tesi c’è lo spazio per l’elemento di leggerezza, un atteggiamento in linea con l’idea che il sesso e l’eros, in ultima analisi, siano strumenti di liberazione. Con la prima liberazione che dovrebbe iniziare proprio da loro, da sesso e eros: smettendola di considerarli attività che proprio non riescono a sgravarsi dalla venatura di peccamonisità, sottoposti a un controllo morale rigido che insiste a metterli al bando dal discorso aperto e li ricaccia in una dimensione sotterranea, da cui vengono liberati soltanto col ricorrere di certe condizioni relazionali. Come la confidenza, la complicità, il patto carnale, e poi magari anche la stanca consuetudine che sottrae agli atti e ai gesti il sale, il pepe e ogni altra spezia. Questo è il meccanismo che determina il confinamento al ruolo di “scrittore/scrittrice” di letteratura erotica a chi faccia riferimento un po’ troppo di frequente a sesso e eros.
Quale confine tra verità e bugie

L’ho fatta troppo lunga con la premessa, dunque passo a parlare di testi. Ma almeno in questo articolo non mi soffermo sulla nuova edizione di Pioggia dorata. Ne parlerò più avanti, forse da una tribuna diversa; ma comunque ne parlerò. In questo post preferisco trattare un altro libro di Elena, scritto sotto lo pseudonimo SadAbe e intitolato “Bugie private. Storie vere con del sesso attorno”. E certo obietterete che lei un po’ se la va a cercare, di essere etichettata come autrice di storie erotiche, se mette il sesso nel sottotitolo. Contro-obietto e ribadisco che se nominare il sesso nella titolazione significa automaticamente essere etichettati come autori di genere eros, è la fine. In quei racconti c’è molto altro. C’è ironia, provocazione, ma anche malinconia. Molta malinconia. Unita a una straordinaria capacità di scrivere al maschile. Ecco, fra le tante cose ammirevoli della scrittura di Elena c’è una capacità sorprendente di entrare nei personaggi maschili, di vedere le cose come le vedrebbero loro. Più di uno fra i racconti della raccolta viaggia su questo registro e lo fa molto bene. Ma non sta nemmeno qui il virtuosismo principale esibito in quelle pagine. A spiccare è la capacità di sdrammatizzare e normalizzare anche le situazioni potenzialmente più drammatiche, mostrandone la quotidianità. Come provo a dimostrare nel paragrafo che segue, l’ultimo di questo post che avrà comunque un seguito.
La relazione tossica e la sua banalità

Dici “relazione tossica” e pensi agli esiti drammatici – al limite, sanguinari – di un rapporto di coppia che avrebbe dovuto fermarsi molto prima. Sbagliato. La relazione tossica è una stratificazione quotidiana di piccoli veleni, la normalizzazione di un malessere reciproco che diventa una sorta di terzo nella coppia. L’elefante che entra in tutte le stanze e che vi segue anche quando vi chiudete la porta di casa alle spalle. Soprattutto, c’è che la relazione tossica è fatta di un continuo adattamento al tran tran che ti logora, ma che cionondimeno ti dà dipendenza e forma in ciascuno dei due e nel loro essere due (il terzo elemento che vive di vita propria, appunto) un callo dell’anima che ammortizza ogni piccola, meschina crudeltà. Di cosa parlo? Esattamente di ciò che racconta il secondo racconto inserito in Bugie private. Il suo titolo è Sveva, e ancora una volta l’io narrante è maschile. A prendere voce è l’ex marito di Sveva che ne è anche l’attuale amante. Lei lo ha cornificato senza ritegno sfruttando il mestiere da guida turistica. E in che modo, poi, lo tradiva: nel più sfacciato e provocatorio:
Fu quando scoprii i suoi numerosi tradimenti che compresi la scaturigine di quell’assurda gelosia. Per anni Sveva aveva attribuito a me i propri inganni. Seppi, e senza neppure fare grosse indagini, giacché da buona feticista aveva lasciato diverse tracce in giro, che per anni, e grazie anche al suo lavoro di guida turistica, aveva portato i suoi amanti nelle città e negli alberghi dove noi eravamo stati, dove ci eravamo amati. A Madonna di Campiglio, a Praga, alle Tremiti. E Mosca, Venezia, Parigi, Ventotene. Li portava negli stessi ristoranti, chiedendo gli stessi tavoli dove noi ci eravamo tenuti per mano. E di quegli incontri clandestini aveva scattato foto, proprio come un serial killer che lascia prove in giro per essere catturato, nel tentativo di liberarsi di bugie e sensi di colpa.
Quando le domandai la ragione di quell’orribile affronto era d’inverno, eravamo al mare davanti a un’impepata di cozze, Sveva mi guardò e con voce afona rispose: «L’ho fatta così sporca perché ti volevo cancellare. Volevo dare a quei luoghi altre storie e altre facce ai protagonisti».
Andai via da casa e chiesi il divorzio.
Nonostante ciò, fra l’io narrante e Sveva continua a esserci un legame. Formalmente basato sul sesso, ma in realtà connesso con qualcosa di più profondo che il sesso non può spiegare. Perché fra loro la carnalità è un mezzo per continuare a tenere vivo quel terzo soggetto, quell’elefante in tutte le stanze da cui non riescono a liberarsi.
Era la terza volta che facevamo l’amore. Non noi, che eravamo troppo stanchi e affamati, e ostili, ma i nostri corpi. Le nostre mani, le bocche, le gambe. Erano loro che agivano sebbene le carni fossero dolenti, i muscoli, la voce. L’ennesima prova che il nostro era un legame chimico, per cui inevitabile.
Lui e Sveva si incontrano clandestinamente in una camera d’albergo dalle cui finestre sono visibili le colline di Montalcino. Lui deve comunicarle una decisione importante: dovranno smettere di vedersi. La nuova compagna di lui è incinta, le cose cambieranno. E Sveva? Sveva reagisce da Sveva. Da perfetta sacerdotessa della relazione tossica, la parte dominante che sa quanto più male faccia lo stiletto rispetto all’ascia. Il dialogo che segue è semplicemente perfetto:
«Lo so, è un vero casino. E se pensi che Loredana è al sesto mese…».
«Perché non me lo hai detto?» voltandosi, guardandomi con quell’ostilità che ben conoscevo.
«Che cosa avrei risolto se te l’avessi detto! Sei il mio incubo, tu sei il mio incubo. Sapevo che non sarebbe stato questo lieto evento a cambiare le cose». Angoloso, acuto.
Le avevo chiesto di vederci proprio perché la mia compagna era incinta e io ero in dirittura d’arrivo alla direzione dell’istituto di credito, per dirle che non c’era più spazio nella mia vita per le sue affascinanti trappole mentali. Questo, volevo.
«Perché non la chiami? Sei fuori da stamattina».
«Non c’è bisogno».
«Devi, ma non vuoi?». Lo sguardo sottile, indagatore, la voce di miele.
«No, lei ha piena fiducia in me».
«Cos’è questo tono? Forse io non avevo fiducia in te?».
E ditelo che vi siete sentiti/e gelare. Che almeno una volta nella vita avete incontrato una persona così, dal cui veleno in dosi mitridatiche non riuscivate a liberarvi. E poi, magari, continuate a dire che è soltanto letteratura erotica. Alla prossima.
Lascia un commento