Obiettivo Bosnia-Erzegovina. Il Qatar diversifica le sue linee di egemonia

Cosa ne è del Qatar a poco più di un anno dalla celebrazione del Mondiale di calcio che ne ha decretato lo status di potenza culturale globale? Qual è l’eredità della grande sfida, affrontata tra le polemiche sullo stato dei diritti della persona e sulla pessima condizione dei lavoratori stranieri nell’emirato? E soprattutto, quali strategie sta seguendo per mantenere il capitale politico accumulato grazie alla grande manifestazione, e per incrementarlo se ve ne fosse occasione?

Questi interrogativi hanno preso a incubare dal momento in cui lo spegnimento dei riflettori puntati sulla kermesse globale ha fatto scivolare l’emirato in secondo piano. E hanno trovato una prima risposta a partire dallo scorso 7 ottobre; quando, in seguito alla nuova esplosione della questione israelo-palestinese, il Qatar ha assunto un ruolo di mediazione grazie al canale di rapporti privilegiati con Hamas. Ma questa è la parte eclatante della questione.

Poi ce n’è un’altra meno evidente. Che infatti non è stata enfatizzata dai massmedia internazionali, quando invece avrebbe meritato assoluto rilievo. Si tratta dell’attenzione alle comunità musulmane che si trovano in condizioni di tensione, se non di esplicita sofferenza a causa di una condizione di abuso. In questo senso, l’attenzione qatariota per la causa palestinese è stata eplicitata più volte nel corso delle settimane di avvicinamento ai mondiali e del loro svolgimento. E adesso che la causa palestinese è tornata fortemente al centro dell’attenzione internazionale i qatarioti, oltre a sfruttare la rendita di posizione consolidata nella fase in cui la situazione nei territori occupati non era particolarmente drammatica, proiettano l’attenzione verso altri quadranti geopolitici in cui sia richiesta una perfomance da “campioni della tutela dell’identità globale islamica”. Nella fattispecie, l’obiettivo è stato puntato sulla Bosnia-Erzegovina. Che basta nominarla per compredere quale grumo di tensioni latenti abbia lasciato il conflitto etnico della prima metà degli Anni Novanta. Ebbene, come riferiscono le cronache dei giorni scorsi, proprio in quel frammento martoriato di ex Jugoslavia i qatarioti hanno puntato il nuovo passo di egemonia nel mondo musulmano.

Finanziare la cultura musulmana

Per i media qatarioti l’anno 2024 si è aperto con la notizia del supporto offerto da Qatar Charity al Media Center della comunità musulmana locale. Che in termini demografici è maggioranza sul territorio ma deve continuare a fare i conti con una situazione di mai risolta tensione latente. Le cronache riferiscono che il supervisore della Qatar Charity, Hassan Muhammad Al-Nuaimi, e il direttore Muhammad Omar Oushan, hanno incontrato la massima autorità religiosa islamica di Bosnia-Erzegovina, il Gran Mufti Hussein Karazović, per consegnargli quanto dovuto.

Nelle cronache non si parla di cifre e si preferisce mantenersi sul tema dell’apporto tecnologico. Ma di fatto si tratta di un sostegno materiale forte, inquadrato in un complessivo programma che vede l’emirato impegnato a investire nell’economia bosniaca. E tutto ciò viene in continuità con una strategia ben mirata. Adeguata a un piccolo paese consapevole di non potere andare oltre le proprie dimensioni.

La rendita di posizione sulla causa palestinese

Chi ha avuto la bontà di leggere ciò che ho scritto a proposito del mondiale qatariota, concluso poco più di un anno fa, ricorderà che ho rimarcato due temi.

Il primo riguarda la narrazione che del mondiale casalingo è stata fatta dalla macchina mediatica dell’emirato: un’opportunità per proiettare nello scenario globale un’immagine diversa e positiva del mondo arabo. Ciò che ha fatto del Qatar il portabandiera dell’arabo-sfera.

Il secondo tema, meno strillato ma costante, riguarda la causa palestinese. Che durante le settimane del mondiale qatariota non versava in condizioni di particolare emergenza. Ciò che ha contribuito a accreditare l’emirato come attore più attento alla questione, quello che ha continuato a richiamare l’attenzione su di essa anche quando gli altri stati dell’arabo-sfera se ne curavano di meno perché fuorviati dalle condizioni di relativa calma.

Ciò ha permesso al Qatar di passare all’incasso dopo la ri-esplosione del conflitto, lo scorso 7 ottobre. Un riconoscimento diplomatico che rafforza il profilo internazionale dell’emirato, tanto più che ciò avviene sul medesimo terreno (il rapporto troppo stretto coi gruppi dell’integralismo e del terrorismo islamista, con accusa di finanziarlo) che a Doha era costato tre anni e mezzo di embargo, fra giugno 2017 e i primi di gennaio 2021. da parte di quattro paesi dell’area araba: Arabia saudita, Bahrein, Egitto e Emirati Arabi Uniti.

Rispetto allo stigma di allora la posizione del Qatar è completamente mutata. E lo stesso capitale relazionale che era stato motivo di embargo si è convertito in un punto di forza. Oggi il Qatar è l’unico soggetto che porsa permettersi di dialogare con Hamas senza rischiare l’accusa di intrattenere relazioni con una “entità canaglia”. Questo mutamento di status si nota anche dal modo in cui il Qatar muove franche critiche a Israele, ciò che anche soggetti di peso della penisola araba si astengono dal fare.

Smart country

Dunque da una parte c’è l’assunzione di un ruolo di mediazione nella causa più spinosa che la politica internazionale affronti dalla conclusione del secondo conflitto mondiale. Dall’altra parte c’è la continuazione dell’opera di conquista di nicchie dell’Islam globale, per espandere e rafforzare l’egemonia consolidata grazie alla straordinaria performance realizzata con l’organizzazione dei mondiali di calcio 2022.

Queste prove confermano una lettura che mi sono trovato a condividere con due amici e colleghi del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze, Alberto Tonini e Matteo Miele: il Qatar è una smart country. Cioè, una smart city di taglia appena superiore e nemmeno tanto. Bisoghna non dimenticare che l’emirato, coi suoi 11.571 chilometri quadrati di estensione, è poco più grande dell’Abruzzo (10.763 chilometri quadrati) e nettamente più piccolo di Toscana (22.985 chilometri quadrati) e Sicilia (25.711 chilometri quadrati). Dunque stiamo parlando di uno stato-nazione dalle dimensioni di una media regione italiana. Ma che nonostante le ridotte dimensioni ha saputo affermarsi, a partire dall’inizio degli Anni Dieci (cioè dal momento in cui si è aggiudicato la fase finale dei Mondiali 2022), come una potenza culturale e diplomatico di primo piano.

Questo status è stato mantenuto anche dopo la conclusione dei Mondiali. Era infatti inevitabile che il Qatar abbandonasse il centro della scena globale. E a determinare questo effetto è stato il protagonismo dei sauditi, che proprio attraverso lo sport e il calcio hanno marcato una presenza esorbitante.

Per il Qatar la prospettiva di sfidare i sauditi era e rimane impensabile. Basta la soddisfazione di vederli impegnati a imitarli. Gli Al Saud, dinastia regnante saudita, consideravano gli Al Thani, dinastia regnante qatariota, alla stregua di parenti di campagna. Invece quelli sono cresciuti, e hanno tracciato una strada per lo sviluppo di un profilo da potenza culturale globale e da soggetto egemone nelle sfere globali araba e islamica.

Quella strada adesso è stata intrapresa dai sauditi, che hanno ben altra potenza di fuoco. E i qatarioti hanno compreso subito che avrebbero dovuto continuare a agire col medesimo senso delle proporzioni anziché inseguire un’impossibile competizione. Perciò presidiano gli spazi che hanno saputo conquistarsi (la causa palestinese) e si espandono verso nicchie di egemonia/influienza che altre potenze regionali non percepiscono (la Bosnia-Erzegovina, pezzo piccolo e periferico dell’islamo-sfera).

Senza che tutto ciò muti minimamemte il giudizio critico verso la scelta di portare i Mondiali di calcio in un paese in cui lo standard dei diritti della persona continua a essere inaccettabile per i canoni occidentali, rimangono come dati di fatto la conquista di status internazionale e il suo mantenimento. La presenza del Qatar nello scacchiere geopolitico globale non è effimera. Durerà nel tempo.

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