Ricacciate Alessandro Bonan nella sua comfort zone – 1 Il rigore più squallido del mondo

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Alessandro Bonan

La giusta parte è il cassonetto dell’indifferenziato. Non altro si può dire dopo aver letto il secondo “cosiddetto romanzo” firmato da Alessandro Bonan. Il cui titolo è, appunto, “La giusta parte”. E che se mai esistesse un Ufficio Ecologia Editoriale sarebbe stato strozzato in culla. Invece l’opera ha trovato un editore (La Nave di Teseo) e una collocazione in libreria. E poiché il crimine è stato consumato, allo stroncatore non rimane che fare il suo sporco lavoro. Tanto più sporco quando il bersaglio è così facile e invece vi sarebbero bersagli molto più stimolanti sui quali esercitare l’ars stroncandi. Ma la stroncatura è arte equa e democratica. Colpisce anche i poverissimi di talento e i baciati dal rospo dell’improvvidezza. Sicché il dovere d’ufficio chiama, perciò bisogna andar. Cominciando col dire le cose come stanno, con franchezza pedagogica verso l’autore affinché sia dissuaso dal riprovarci. E tale franchezza induce a dire che trattasi di libro illeggibile. Un giudizio per la cui espressione serve nemmeno arrivare in (e toccare il) fondo.
Di più: non è necessario giungere a metà percorso. Basta l’incipit, che come sempre è spietato metro di valutazione. Lo dissi in altra occasione, quando toccò dirigere l’ars stroncandi verso bersagli di ben altro spessore rispetto al tenerissimo Bonan: l’incipit ci dice tutto del libro. Ci fa capire in un istante se si tratti di un libro che lascerà un segno in positivo, o se sia un testo comunque degno d’essere letto, o se infine quel manufatto vada a ingrossare il mare magnun del percolato editoriale che ci assedia. Ebbene, l’incipit scritto da Alessandro Bonan dare l’abbrivio a La giusta parte è di quelli che giustificherebbero il lavoro quotidiano di Guy Montag, se soltanto esso fosse selettivo anziché indiscriminato.

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Guy Montag nella versione cinematografica di “Fahrenheit 451” diretta da François Truffaut

Il rigore più squallido del mondo – Ma prima di affondare le mani nella melma bisogna dare qualche informazione supplementare su un libro di cui caldamente si consiglia la non lettura. Si tratta di una storia a tema calcistico, consumata lungo un asse temporale molto breve, intorno a un calcio di rigore assegnato all’ultimo minuto dell’ultima partita di campionato decisiva per la salvezza. Tutto molto banale, sia per la situazione da climax emotivo che s’intende creare, sia per il riferimento a almeno due precedenti d’altissimo livello in letteratura mondiale: Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano e Prima del calcio di rigore di Peter Handke. Cioè: da una parte, uno degli autori più venerati nella storia della letteratura a tema calcistico; e dall’altra, addirittura, un Premio Nobel per la Letteratura. “Mica cazzabubbole!” direbbe Osho, il Padre dei Vishi.

Ma tutto ciò premesso, veniamo infine all’incipit di cui si è detto. Eccolo:
Il calcio di rigore è un momento estremo nel quale l’arbitro si gioca una reputazione che varia a seconda del contesto.
Signore e signori, facciate tesoro di questo frammento. Imparatelo a memoria, pronunciatelo un paio di volte al dì, trasmettetelo a almeno tre persone facendo loro assumere l’impegno che lo trasmettano a tre persone ciascuna. Magari associatelo pure a un motivo musicale, come farebbe lo stesso Bonan che con notevole senso della misura si crede artista totale e perciò si cimenta pure da cantante.

Come avrete potuto udire, la qualità delle performance da cantante è identica a quella delle performance da scrittore: desolante. In particolare vanno rilevate due caratteristiche: i testi che sembrano scritti dagli autori dei Teletubbies e la voce che opportunamente viene tenuta bassissima nel contesto della sonorità. E va’ a sapere se ascoltando al contrario quei brani si riesca a trovare una risposta alle gesta delle Bestie di Satana o un senso compiuto ai commenti tecnici di Daniele Adani.
Ma al di là di tali facezie, insisto sulla necessità di scolpire nella memoria l’incipit del cosiddetto romanzo. Perché esso è didattico. Dovrebbe essere insegnato nelle scuole di anti-scrittura (che poi sarebbero le sole scuole credibili di scrittura creativa) come esempio perfetto di IdM: Incipit di Merda. Da farci presentazioni in Power Point, caratteri bianchi su sfondo marrone, col la penna-laser che segna traiettorie imbizzarrite e la voce del docente che declama: “Ragazzi, così non si fa. MAI”.
E dunque sezioniamolo, questo IdM. Partiamo da “Il calcio di rigore è un momento estremo”. Ecco, se si fosse fermato qui avrebbe fatto il suo. Perché salvo eccezioni, che pochissimi possono permettersi (e Bonan non sarà mai fra costoro), l’incipit deve essere secco. Una frase d’immediata evocazione o, come nel caso in questione, un’asserzione. Mi sono espresso sul tema al tempo in cui stroncai per la prima volta gli orridi libri di Nicola Lagioia e quanto scrissi allora rimane valido nei miei parametri di giudizio. Che fra l’altro prevedono la messa al bando delle virgole dall’incipit. Che dovrebbe sempre rispettare una regola: più o meno dieci parole e il punto. Nel caso di un incipit come “Il calcio di rigore è un momento estremo”, il parametro dell’immediatezza sarebbe rispettato in termini formali. Certo, se poi si guarda al messaggio in termini di contenuti e d’impatto, allora il discorso cambia. Perché la frase è d’annichilente banalità. Da richiamare un tripudio di “sticazzi!”.

Ma purtroppo Bonan mostra il difetto che è inequivocabile spia di una scrittura creativa improvvisata: la voglia di strafare, di fabbricare ampolle nell’illusione che ciò sia indice di talento e qualità. Sicché aggiunge acqua a una minestra già sciocca in partenza.
Il primo misurino si ha con l’inserimento della figura arbitrale nella formulazione della frase:
Il calcio di rigore è un momento estremo nel quale l’arbitro si gioca una reputazione (…)”.
Ma perché? E cosa diamine c’entra? E certo si può raccogliere l’obiezione di chi, come me, si sia inflitto la lettura del cosiddetto romanzo: il primo capitoletto del libro è dedicato proprio all’arbitro e è incentrato sulla decisione di concedere un calcio di rigore, dagli effetti potenzialmente determinanti, all’ultimo minuto di una gara decisiva giocata all’ultima giornata di campionato. Ma cionondimeno, perché ridurre la solennità del momento alla figura dell’arbitro? E perché concentrarsi sulla sua reputazione? Il calcio di rigore è un momento topico per diversi soggetti, mica soltanto per il direttore di gara. E ciascuno di tali soggetti si gioca la propria reputazione: da chi ha commesso il fallo e avrebbe dovuto dimostrare più accortezza, a chi lo ha subìto e forse ha simulato o accentuato l’impatto; da chi dovrà calciarlo e per questo dovrà assumersi una responsabilità enorme, a chi dovrà provare a pararlo. Ma al di là di tutte queste considerazioni rimane l’elemento cruciale, relativo all’incipit che parte presentabile ma immediatamente imbocca la china dell’IdM.
E non è ancora tutto. Perché Alessandro Bonan non si accontenta del misurino d’acqua. Ci rovescia dentro il mastello della risciacquatura di piatti. Perché a quel punto piazza un tratto finale del periodo che è puro suono di unghie d’orso polare su lavagna vergine:
Il calcio di rigore è un momento estremo nel quale l’arbitro si gioca una reputazione che varia a seconda del contesto?
MA COME SI PUÒ???!!! MA COME SI FA???!!!
Bonan ha scritto l’incipit più orrendo di sempre. Guy Montag avrebbe risparmiato i volumi, che in condizioni di ristrettezze possono sempre servire a quello che un tempo era l’uso secondario dei fogli di giornale, e punterebbe il lanciafiamme sull’autore. Perché non è proprio possibile usare in un romanzo – e per di più in un incipit – una formula da mediocre assistente universitario di scienze sociali. Di quelli che, anche in questo caso, credono che le formule fumose servano a impressionare l’uditorio oltreché nascondere l’acerba scienza personale. E allora ecco sciorinare una sequela di “in ultima analisi” (scimmiottare il vecchio Karl Marx può funzionare a meraviglia con le matricole), “secondo consolidata dottrina” (ho letto quattro libri in croce e se me ne chiedete un quinto sbotto in un pianto isterico) e appunto “una regola generale che però risulta empiricamente valida a seconda del contesto e delle circostanze”. Quest’ultima può essere etichettata con l’acronimo SSA: Suprema Supercazzola Accademica. E può essere di giustificabile uso per il neo-laureato che affronta per la prima volta l’esperienza del seminario universitario dall’altra parte della barricata rispetto agli ex colleghi. Ma in un romanzo, cazzarola! Davvero M.me Sgarbi Elisabetta autorizza la produzione di ‘si sciatte cacatine?
Un perbenista Anni Settanta – A questo punto, pur dandomi ragione a proposito dell’IdM (che più di M non si può), vi starete chiedendo se per caso io non stia esagerando. Perché si potrebbe anche sbagliare l’incipit, ma poi c’è tutto un romanzo che segue. E magari da lì in poi l’autore trova il modo per riscattarsi. Come avrebbe detto il grande filosofo Gigi Garzya (ex terzino di Lecce, Roma, Bari e Torino) “sono completamente d’accordo a metà”. Nel senso che per l’incipit vale più o neo quanto detto da Nanni Moretti in Palombella rossa: “Chi parla male pensa male”. E allo stesso modo un incipit di merda apre la via verso un libro di merda.


Ma sono disposto a accogliere l’argomento di chi ipotizza che dopo quell’IdM il libro possa avere almeno un guizzo. Lo accolgo per fiammarlo immediatamente, scippando l’arma dalle braccia di Guy Montag. Perché la parte restante del libro è costellata di frammenti desolanti, come quelli ospitati a pagina 12. Lì prende la parola uno dei due protagonisti, il Pesse, quello che tira il rigore più squallido del mondo (l’altro è il Griffanti, il portiere chiamato a opporsi al tiro dal dischetto). E racconta della sua relazione con la moglie del macellaio, soprannominata “la cicciaia”. In un passaggio si racconta di quando i due si concedono una fuga clandestina in Costa Azzurra. E il loro viaggio viene descritto così:
Dei pazzi veri, con la macchina scoperta proprio quando non era caldissimo. Lei col foulard, occhialoni scuri e un giubbotto di pelliccia. Io con un berretto da aviatore, Ray-Ban e giacca di pelle imbottita.
Un’immaginetta da mediocre spot pubblicitario che fa il verso a Voglia di tenerezza, con Jack Nicholson che sgomma e Shirley MacLaine che vede volare la parrucca sull’asfalto. Ma il frammento più desolante di questa descrizione della storia con la cicciaia si ha poco dopo:
La Cicciaia è simpatica, ma una vera pervertita. Voleva trombare con una foto del marito sul comodino, diceva che la eccitava.
Non sembra una scena commediola sexy Anni Settanta? Di quelle interpretate da Renzo Montagnani, Mario Carotenuto e la starletta di turno che poteva essere Edwige Fenech, o Nadia Cassini, o Barbara Bouchet. Dentro quelle sceneggiature ci trovereste benissimo la moglie del macellaio che vuol trombare con l’amante tenendo sul comodino la foto della moglie. Si accetta scommesse sull’accento romagnolo.
Ma la cosa ancor più anni Settanta è l’uso di quell’aggettivo: pervertita. Da quale macchina del tempo salta fuori? È totalmente sconnesso, avulso almeno due volte. Innanzitutto perché l’aggettivo esatto avrebbe dovuto essere perversa, il termine corretto per indicare fantasie e comportamenti sessuali che sublimano le depravazioni e i vizi più spinti per legittimarli nel gioco erotico, a patto di incontrare il consenso del partner. Ecco, la cicciaia che tromba con l’amante sotto lo sguardo del marito in foto è perversa. E la perversione ha le sue sfumature di fascino. Invece pervertita è altra cosa. È l’aggettivo che ancora negli anni Ottanta veniva usato nei confronti, per esempio, dei soggetti portatori di quelli che oggi chiamiamo orientamenti sessualmente diversi. Si trattava di un etichettamento tanto sprezzante quanto intriso di un perbenismo piccolo-borghese. Non mi capitava d’imbattermi in questo aggettivo da almeno un quarto di secolo. E guarda un po’ quali pessime rimembranze vengono suscitate dai pessimi libri.
La comfort zone di Sky Sport – La stroncatura di La giusta parte non si conclude qui. C’è ancora un bel po’ da raccontare di quel libro. Spererei di cavarmela con una sola altra puntata, anche perché una terza sarebbe davvero di troppo. E intanto affido questa chiusura di prima puntata a un auspicio: che qualcuno faccia il bene di Bonan. Che lo convinca a riporre ambizioni letterarie assolutamente fuori dalla sua portata e lo riconduca nella sua comfort zone. Che è Sky Sport, un luogo ci si mette un attimo a sentirsi più intelligenti di qualcuno. E in questo senso Bonan rientra persino in una categoria iper-protetta, dato che i suoi partner abituali sono Gianluca Di Marzio e Faina. Il peggio che gli possa capitare è misurarsi con un onesto cronista come Marco Bucciantini, che visto il livello della compagnia di giro in onda la domenica pomeriggio pare Leibniz. Durante una puntata che precedeva le feste di fine anno sentii i due civettare a margine di un collegamento post-partita col difensore romanista Gianluca Mancini. Che è di Pontedera. E per questo Bonan, da luogocomunista incallito, interpellava Bucciantini sul tema della Piaggio. Con un tono che sapeva tanto di “Eh, la Piaggio…”. Cicisbeismo al cubo.
(1. continua)

Come sempre, dopo avervi inflitto cotante brutture letterarie, vi do ristoro con dell’ottima musica.

2 risposte a “Ricacciate Alessandro Bonan nella sua comfort zone – 1 Il rigore più squallido del mondo”

  1. Cramers

    Bellissimo articolo, si purtroppo siamo in un mondo di ignoranti e che si vantano pure ?! Comunque saluti sono un suo lettore anche di libri ho visto anche un suo evento dove parlava di calcio !! Saluti da tommaso

    1. Grazie a te, davvero!

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