Ribadisco il concetto: la sola “verità sul caso Harry Quebert” che si possa rilevare consiste nella somiglianza fra il presunto libro dell’estate e quelli firmati “Fabio Volo”. L’avevo rimarcato in un post di qualche giorno fa, lo ribadisco man mano che la lettura procede stancamente con gran rammarico per lo sperpero di tempo. Certi passaggi del polpettone firmato da Joël Dicker riecheggiano frammenti scritti a ripetizione dal Buddha di Calcinate – uno che, dal canto suo, le sue sconcertanti banalità le fotocopia da un libro all’altro come se temesse di non essersi spiegato abbastanza.
Ieri sera ho avuto l’ennesima conferma leggendo il frammento alle pagine 319-20. A parlare è il personaggio principale, lo scrittore Marcus Goldman:
Mi era stata appena offerta una cifra colossale per la pubblicazione di un libro che mi avrebbe indubbiamente riportato alla ribalta, il mio stile di vita era il sogno di milioni di americani, eppure mi mancava qualcosa: una vita autentica. Avevo passato la prima parte della mia esistenza cercando di soddisfare le mie ambizioni, mi accingevo ad affrontare la seconda provando a essere ancora all’altezza di quelle stesse ambizioni, ma a conti fatti mi chiedevo quando avrei deciso di vivere e basta. Andai al mio PC e passai in rassegna le migliaia di amici virtuali che avevo sul mio profilo Facebook: non ce n’era nemmeno uno cui potessi telefonare per andare a bere una birra. Volevo degli amici veri, con i quali seguire il campionato di hockey e andare in campeggio nei week-end: volevo una fidanzata, dolce e carina, che facesse ridere e sognare un po’. Non volevo più essere io.
Eccolo qui, il tema del personaggio che giunge a un certo punto della vita adulta scoprendo di condurre un’esistenza di cui non è più soddisfatto. Soprattutto perché ritiene di non fare una vita vera, e che per approdarvi deve riscoprire le cose semplici. Sapete quanti frammenti del genere trovate nei libri firmati “Fabio Volo”? Ve ne faccio una breve rassegna citando soltanto alcuni esempi:
– Infatti, per la prima volta, stavo rendendomi conto della distanza che gli altri avevano creato tra me stesso e il mio vero me (E’ una vita che ti aspetto, p. 111)
– Forse la libertà non è nemmeno fare ciò che si vuole senza limiti, ma piuttosto saperseli dare. Non essere schiavi delle passioni, dei desideri. Essere padroni di se stessi (E’ una vita che ti aspetto, p. 76)
– Non avevo nulla, nemmeno i mobili, ma mi sentivo pieno. Arredato dentro (UPNM, p. 136)
– Dentro di me viveva un’altra persona capace di stare bene con poco, di ascoltarsi. Ero attento. Si dice che l’attenzione sia la preghiera spontanea dell’anima. La mia anima pregava, quindi. Ero stato totalmente egoista in quell’ultimo periodo e sono contento di esserlo stato. (…)
La creatività è il respiro della personalità e ti rivela il tuo mondo.
Ho pensato che il mio destino fosse quello di confermare me stesso attraverso il mio sentire per scoprire il grande mistero della vita, anche se credo che non ci riusciremo mai. Ma sebbene non sia in grado di scoprire il senso della vita, posso per lo meno dare un significato alla mia esistenza (Un posto nel mondo, p. 166)
– Diciamo che i nove mesi che sono rimasto qui sono stati una nuova gestazione per me. Mi sono partorito. Mi sono dato alla luce. In parte. (…)
Ognuno di noi è fatto da tanti se stesso e non solamente da uno. Diciamo che siamo come un’assemblea condominiale composta da tante persone diverse (Un posto nel mondo, pp. 182-3)
– Ho molti sospetti su di me. Ho paura che la mia vita sia un lungo malinteso. Forse non sono la donna che credo di essere (Le prime luci del mattino, p. 10)
Di somiglianze ce ne sono molte altre. Ma per oggi mi fermo qui.


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