Fra noi non c’è monologo

Fu lei a prendere coraggio e dire la cosa che da mesi rimaneva sospesa fra loro.

Una sera di metà settimana, davanti a una cena fredda come i loro sguardi che s’incrociavano distratti, e infastiditi deviavano. Erano appena tornati dalla terapia di coppia, ciascuno a bordo della propria auto e compiendo tragitti diversi per ritrovarsi in contemporanea davanti al portone. Il viaggio in ascensore lo fecero assieme, però.

Dal terapista si erano sentiti dire che fra loro c’era un problema d’incomunicabilità. E sai che scoperta. È sempre un problema d’incomunicabilità, che si smetta di parlarsi o che ci si tiri le coltellate. Era per quello che stavano spendendo 150 euro a seduta?

Lei meditò durante il tragitto dritto, mentre lui ne compiva uno zig zag fra le viuzze che a suo dire faceva risparmiare un terzo del tempo. E quando finalmente mise in tavola la cena lasciata dieci minuti nel forno a microonde spento, affrontò perentoriamente la questione.

“Fra noi non c’è monologo”.

“Dici?”.

“Dico”.

“E dunque?”.

“E dunque dovremmo piantarla di parlare e parlare e parlare delle cose che non riusciamo a risolvere. Ne parliamo quando siamo insieme, e poi andiamo a riparlarne davanti al terapista. Una perdita di tempo. Troppo parlare, troppo dialogo”.

Lui masticò pigramente. Poi ribatté:

“Non mi pare un gran dialogo. Parliamo e parliamo, ma non ci capiamo. Non ne veniamo a capo”.

“Perché, dialogare significa automaticamente capirsi?”.

“No, effettivamente… E dunque, qual è la tua proposta?”.

“Fra noi deve esserci monologo. Parli e straparli soltanto uno dei due, e l’altro stia almeno a sentire se proprio non vuole ascoltare”.

“Pensi che possa funzionare?”.

“Stiamo già facendo monologhi, ogni volta che dialoghiamo. Ognuno parla a sé e rafforza il suo punto di vista. E allora, tanto vale scegliere il monologo unico invece che quello a doppio senso”.

“Già, e chi decide chi deve parlare e chi deve star zitto?”.

“È  questo il problema? – s’impennò lei – Hai forse paura di non potere avere più l’ultima parola?”.

“No, ho più paura di non potermene star zitto quando mi pare”.

“Lasciamo decidere alla sorte”.

Lui aggrottò la fronte, incuriosito. Poi disse:

“Mi pare equo”.

Lei recuperò da un cassetto del salotto un mazzo di carte da poker, ancora chiuso nella confezione in cellophane. Scartò e mescolò. Poi lasciò che lui smazzasse tre volte, e lei lo rifece ancora tre volte. Infine posò il mazzo sul tavolo, accanto al piatto da portata e al suo cibo raggrinzito.

“Asso di cuori è la carta più alta. Chi estrae quella più bassa ha dovere di parola, chi estrae quella più alta ha dovere di stare zitto”.

Lui la guardò un attimo prima di estrarre la carta, e le sorrise compiaciuto. Giocavano alla sorte, finché non li separasse. Basta così poco per far tornare l’intesa di coppia, pensò.

http://www.youtube.com/watch?v=fi21TnjrVZY

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